In qualità di psicologi, il tema della diagnosi ci accompagna lungo tutto il nostro percorso formativo e professionale. È un argomento che abbiamo affrontato innumerevoli volte: nelle aule universitarie, sui libri di testo, nelle scuole di specializzazione e, non da ultimo, nella pratica clinica quotidiana.
La diagnosi non è solo uno strumento tecnico, ma anche un processo di riflessione e comprensione che ci spinge a indagare profondamente le dinamiche psichiche dei nostri pazienti.
Nonostante la varietà di approcci e strategie adottate dai professionisti per la valutazione, ogni volta che torniamo a discutere e riflettere sulla diagnosi ci accorgiamo della sua complessità e del suo ruolo centrale nel garantire interventi mirati e personalizzati che rispettino le principali linee guida cliniche.
Tuttavia, lungi dall’essere un atto conclusivo, la diagnosi rappresenta un processo dinamico, che si evolve con l’accumularsi delle informazioni e con il progredire della relazione terapeutica.
Inoltre, come sottolineato da Nelson-Gray (2003) nel suo articolo sul concetto di treatment utility, il valore della diagnosi e della valutazione sta nella loro capacità di contribuire direttamente a esiti terapeutici positivi. L’utilità terapeutica della valutazione si riferisce, infatti, al grado in cui la valutazione dimostra di contribuire a un esito di trattamento benefico.
In questo contesto, la diagnosi differenziale assume un ruolo cruciale, consentendo di distinguere tra condizioni cliniche che possono presentare sintomi simili, ma richiedere approcci terapeutici diversi.
Diagnosi differenziale: cos'è?
La diagnosi differenziale rappresenta un passaggio fondamentale nel lavoro dello psicologo clinico, perché consente di distinguere tra disturbi con sintomi apparentemente simili.
Si tratta di un processo che va oltre l’identificazione di un singolo quadro clinico e si concentra sull’esclusione di altre possibili condizioni. Questo approccio è essenziale per garantire un trattamento adeguato e migliorare la prognosi dei pazienti, riducendo il rischio di interventi che potrebbero compromettere il loro percorso terapeutico.
La diagnosi differenziale consiste nell’analizzare i sintomi presentati da un paziente e, attraverso un’attenta valutazione clinica, distinguere tra condizioni che possono sovrapporsi dal punto di vista sintomatologico.
La necessità di una diagnosi accurata è particolarmente evidente quando si considerano le numerose condizioni mediche che possono mimare i sintomi dei disturbi psicologici descritti nel DSM-5-TR (McGuinness et al, 2012). La capacità di riconoscere questi casi è cruciale, specialmente nelle situazioni in cui i pazienti seguono terapie farmacologiche, poiché psicofarmaci inappropriati possono mascherare o aggravare problemi fisici sottostanti, con conseguenze potenzialmente gravi.
Questa abilità diagnostica si basa sul modello biopsicosociale (Engel, 1977; Muse, 2017), che integra fattori biologici, psicologici e sociali per una comprensione più completa del paziente.
La diagnosi differenziale permette così di personalizzare il trattamento e ridurre il rischio di interventi inefficaci o dannosi. Ci permette, inoltre, di avere un focus più centrato sulle difficoltà e sulle risorse del paziente.
Mentre la diagnosi clinica mira a identificare una specifica condizione psicopatologica, la diagnosi differenziale si concentra sul confronto tra diverse possibili diagnosi per escludere quelle meno probabili.
Questo processo è particolarmente importante nei casi di comorbilità o di sintomi che possono essere condivisi da più disturbi. Per esempio, alcune manifestazioni di disturbi del neurosviluppo, come il disturbo dello spettro autistico e l’ADHD, condividono criteri diagnostici simili, ma richiedono approcci terapeutici diversi (McCary et al., 2012). La mancata distinzione tra questi disturbi può portare a interventi inadeguati e a un peggioramento della qualità di vita del paziente.
Un ulteriore esempio riguarda i disturbi dissociativi e alcune condizioni neurologiche, come l’epilessia del lobo temporale, che presentano sintomi sovrapponibili. Sivec e Lynn (1995) sottolineano l’importanza di un approccio diagnostico strutturato, supportato da strumenti validati, per distinguere tra disturbi psicologici e condizioni mediche.

La diagnosi differenziale come percorso strutturato
Riassumere un processo complesso e articolato come la diagnosi differenziale non è semplice, ma possiamo delineare alcune fasi fondamentali che guidano il professionista nella valutazione clinica:
- raccolta dati anamnestici e clinici
- valutazione dei sintomi e dei criteri diagnostici
- valutazione delle possibili condizioni alternative
- esclusione di altre condizioni che potrebbero spiegare i sintomi
La diagnosi differenziale inizia, quindi, con una raccolta accurata dei dati del paziente.
Questo passaggio cruciale include l'esplorazione della storia medica e psicologica del paziente, eventuali condizioni mediche pregresse, sintomi attuali e fattori contestuali, come l'ambiente familiare e sociale.
Questi dati forniscono la base per comprendere il quadro complessivo del paziente. Come sottolineato da Folstein (1997) nello studio sulla diagnosi differenziale della demenza, la raccolta dettagliata di queste informazioni consente, per esempio, di distinguere tra condizioni come demenza, delirium e altre patologie neurologiche.
Dopo aver raccolto i dati, il passo successivo consiste nel confrontare i sintomi riportati con i criteri diagnostici definiti nei principali manuali, come il DSM-5 o l'ICD-11 o l’ICF. Per esempio, Hollis e Remschmidt (2001) evidenziano che, nel caso della schizofrenia, è necessario considerare come i sintomi possano variare a seconda della fase di sviluppo del paziente. Questo approccio riduce il rischio di sottovalutare o confondere i sintomi in base all’età o al contesto.
La diagnosi differenziale richiede, infine, l’esclusione di altre condizioni che potrebbero spiegare i sintomi. Questo processo si basa su un’analisi comparativa che include la valutazione di disturbi medici, neurologici e psicologici, garantendo che il trattamento sia mirato e appropriato. Per esempio, i sintomi depressivi possono derivare sia da un disturbo depressivo maggiore che da una condizione medica sottostante, come l'ipotiroidismo. Identificare correttamente la causa primaria è essenziale per il successo del trattamento.
Gli strumenti per effettuare la diagnosi differenziale
Ogni fase del processo di diagnosi differenziale richiede al professionista, esperto o meno, di avvalersi di strumenti fondamentali che permettano una valutazione approfondita e accurata.
Il colloquio clinico rimane uno strumento fondamentale per esplorare la storia del paziente, le esperienze soggettive e i sintomi riportati. Attraverso il colloquio, il professionista può raccogliere informazioni utili per costruire un quadro diagnostico completo e approfondito. Come evidenziato da Folstein (1997), i colloqui strutturati o semi-strutturati sono particolarmente utili nella valutazione di condizioni complesse come la demenza, in cui sintomi cognitivi, emotivi e sociali si intrecciano.
Gli strumenti psicometrici e neuropsicologici, invece, permettono di valutare in modo standardizzato aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali. Nei disturbi neuroevolutivi e nei deficit cognitivi, infatti, i test neuropsicologici forniscono informazioni preziose per distinguere tra deficit legati a patologie come la demenza e quelli associati a condizioni come la depressione. Questi strumenti supportano il clinico nella diagnosi differenziale riducendo al minimo il margine di errore diagnostico.
L’osservazione diretta del comportamento del paziente è un altro strumento chiave. Questo approccio consente di individuare segni non verbalizzati o incoerenze tra quanto riportato dal paziente e quanto osservato. Nel caso della schizofrenia o di disturbi del comportamento, l’osservazione comportamentale aiuta a identificare segni di disorganizzazione, sintomi negativi e deficit specifici (Hollis e Remschmidt, 2001).

Diagnosi differenziale: alcuni esempi
Come abbiamo osservato, effettuare una diagnosi differenziale accurata è essenziale per distinguere tra disturbi con sintomi simili. Diventa importante notare come alcune di queste sovrapposizioni sono più frequenti di altre. Per esempio:
ADHD e autismo (ASD) presentano sintomi sovrapponibili, come difficoltà di attenzione e problemi nella regolazione del comportamento. Tuttavia, mentre l’ADHD si caratterizza per iperattività e impulsività, l’ASD include deficit di comunicazione sociale e comportamenti ripetitivi. I test standardizzati per valutare specifiche caratteristiche di entrambi i disturbi sono fondamentali per evitare confusione diagnostica (Matson et al., 2006).
Isolamento sociale e pensieri rigidi nell'autismo possono essere confusi con i sintomi negativi della psicosi. Tuttavia, come evidenziato da Frigaux et al. (2021), la psicosi si distingue per deliri e allucinazioni, mentre nell'autismo si osservano difficoltà legate alla percezione e interpretazione sociale.
Sebbene condividano sintomi come deficit nella comunicazione e nel pensiero astratto, la schizofrenia presenta tipicamente un esordio tardivo rispetto all'autismo e include sintomi psicotici come deliri e allucinazioni. Una diagnosi accurata richiede un'analisi storica approfondita e l'uso di strumenti diagnostici come il DSM-5 (de Lima et al., 2023).
La depressione unipolare e il disturbo bipolare condividono episodi depressivi, ma quest'ultimo è caratterizzato anche da episodi maniacali o ipomaniacali. Una valutazione dettagliata dell’anamnesi affettiva del paziente è essenziale per una diagnosi corretta e per prevenire trattamenti inefficaci o dannosi.
I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) e l’ADHD possono coesistere o essere confusi, poiché entrambi influenzano il rendimento scolastico. Tuttavia, il DSA riguarda specifiche difficoltà nelle abilità accademiche (lettura, scrittura, calcolo), mentre l’ADHD influisce principalmente sull’autoregolazione e l’attenzione. Test neuropsicologici e psicometrici possono essere utili per distinguere tra i due.
La formazione continua può promuovere diagnosi più umane
La diagnosi differenziale è un processo complesso che richiede non solo competenze avanzate e l’utilizzo di strumenti specifici, ma anche un approccio umano e contestualizzato. I sintomi riportati nei manuali diagnostici, come il DSM-5, non possono essere considerati meri elementi asettici o rigidi criteri da soddisfare.
La diagnosi differenziale spinge il clinico a immaginare il modo in cui i sintomi impattano nel contesto della vita reale del paziente, comprendendo il significato personale e le implicazioni per la sua esperienza quotidiana.
Per chi desidera approfondire questo tema, si raccomanda la lettura del manuale DSM 5. Diagnosi differenziale (First, 2015).
Investire nella formazione continua è essenziale per i professionisti della salute mentale. Un aggiornamento costante permette di mantenere un approccio basato sulle evidenze e di integrare la conoscenza teorica con la sensibilità clinica. Comprendere i sintomi non solo come segni oggettivi, ma anche come espressioni di vissuti complessi, arricchisce il processo diagnostico e migliora la qualità dell’intervento.
Questo impegno verso l’eccellenza accresce le competenze del clinico e promuove un beneficio concreto per i pazienti, garantendo una presa in carico personalizzata, umana e scientificamente valida.